Disincanto

In un mondo fatato e popolato da creature fantastiche sorge un regno di nome Dreamland. Lo governa un re corpulento e burbero di nome Zøg, che un tempo era un guerriero e non gli é mai andata a genio l’idea di diventare un re; alla destra di Zøg siede la regina Oona, una creatura anfibia, simile a una salamandra, che prese il posto dell’originaria regina Dagmar, tramutata in una statua di pietra da un misterioso veleno. Tra i corridoi del castello reale ma, sopratutto, nelle locande e nei locali più squallidi del regno, gironzola la principessa Tiabeanie, chiamata più semplicemente Bean, scapestrata, indelicata e, a volte, imbranata, restìa ad addossarsi le sue responsabilità da reale, amante della bottiglia e del gioco d’azzardo; Bean é stata promessa in sposa a un principe inetto solo per tornaconto politico, ma nel rocambolesco giorno del matrimonio, conoscerà un elfo sprovveduto di nome Elfo, stufo della vita idilliaca e iridescente vissuta nel fiabesco paese degli elfi, e un demone di nome Luci, inviato come regalo di nozze da loschi e indecifrabili figuri per maledire la principessa e condannare il regno di Dreamland. Tra i tre si instaura un rapporto di amicizia – più o meno trasparente -, presto catapultati in un ciclone di avventure.

Dopo cinque anni dalla conclusione di Futurama, torna sul piccolo schermo Matt Groening, il genio che nel 1987 realizzò per la FOX I Simpson, la più irriverente, brillante e complessa sit-com animata di tutti i tempi, rivoluzionando non solo l’idea stessa di genere, ponendo le basi archetipiche per tutti quei prodotti affini a venire, ma riuscendo a intaccare in maniera indelebile la cultura popolare mondiale, incidendo sulla creativa di autori comici come Seth McFarlane, cresciuti avendo come modello l’inarrivabile Groening.

Il ritorno del papà de I Simpson e Futurama si chiama Disincanto, nuova serie animata che molto ha in comune con i lavori precedenti – e molto altro, tuttavia, no. Perché Disincanto é, innanzitutto, una commedia fantasy, non una classica sit-com e questo é un elemento di fondamentale importanza per comprendere i piani produttivi di Netflix: discostandosi da una programmazione in episodi basata principalmente sull’autoconclusività degli stessi, Groening – sicuramente coadiuvato da colleghi-compagni di viaggio di spicco nella sua carriera, come David X. Cohen, co-creatore di Futurama, Josh Weinstein e Bill Oakley, tutti già con la penna in mano per numerosi episodi de I Simpson – sviluppa in Disincanto una narrazione molto più orizzontale, strutturandola più come una serie televisiva; in questa accezione, Disincanto acquisisce i contorni di un vero e proprio romanzo di formazione dai toni semi-seri, che include la principessa Bean e i suoi due compagni di disavventure in un contesto contaminato da svolte ed elementi drammatici – la dipartita della regina Dagmar, la morte di Elfo, l’inadeguatezza di Bean e il pessimo rapporto con suo padre.

Già con Futurama, Groening si era discostato con successo dal suo capolavoro, presentando un progetto che necessitasse di un complesso world-building, nonché una differente gestione del nucleo centrale di protagonisti, immersi in un contesto più dispersivo e avverso. Con Disincanto, il papà de I Simpson prova ad alzare ulteriormente il tiro, affidandosi quasi esclusivamente a una tessitura narrativa stratificata e in grado di offrire numerosi plot-twist – e la presenza dell’easter-egg di Elfo posto subito dopo i primissimi titoli di coda dell’episodio finale costituisce un lampante riscontro; quasi esclusivamente, perché i difetti si riscontrano in una creatività visiva spesso non all’altezza degli standard a cui Groening ha abituato e, vien da sé, un world-building per ora ridotto all’osso – ma con immense potenzialità – e alla mancanza di personaggi secondari – re Zøg escluso – in grado stuzzicare l’attenzione dello spettatore. Se Bean é la versione femminile e meno codarda di Fry, Elfo é un esplicito richiamo grafico a Bart, mentre Luci é il corrispettivo in chiave fantasy del peccaminoso robot Bender; i comprimari, a partire dal mago di corte Sorcerio difettano di accurata caratterizzazione, rimanendo troppo spesso sullo sfondo.

Giocando sul rovesciamento dei canoni di genere, Groening non riesce a instillare in Disincanto la giusta dose di effervescenza che ha reso Futurama – per lo meno nelle prime stagioni – un gioiello di commedia di genere; impossibile, imponderabile, un confronto con I Simpson, per tutta una serie di ragioni di valenza storico-culturale. Si ride poco in Disincanto, non perché la verve comica sia poco efficiente, piuttosto perché centellinata col contagocce. Un ulteriore segnale di come Groening abbia voluto provare a lavorare in modo differente come autore, consapevole di non poter riproporre i fasti di un tempo. Forse il disincanto di Matt Groening sta proprio tutto qua, unito a quello dello spettatore, costretto ad accettare questa nuova realtà, tutta da scoprire.

by close-up.it

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